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Tecnologia, sicurezza e istruzione

Nunzia Ciardi

Intervista a Nunzia Ciardi, Vice Direttore Generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale

di MASSIMILIANO CANNATA

8 Aprile 2024

Per il Secondo Rapporto dedicato alla Scuola e all’Università in Italia, realizzato dall’Eurispes e pubblicato da Giunti Scuola, è stata realizzata un’intervista in profondità con Nunzia CiardiVice Direttore Generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, nel corso del dialogo con la Dott.ssa Ciardi sono emersi i temi legati alla tecnologia e alla sua applicazione e collocazione in àmbito scolastico e di apprendimento. La riflessione su tecnologia, sicurezza e istruzione è uno dei cardini dello sviluppo della scuola del futuro, in una dialettica necessaria e inevitabile con una contemporaneità già dominata dall’elemento tecnologico. E non solo: un uso consapevole delle tecnologie può determinare già nel presente un salto di qualità dei metodi e dei processi di apprendimento.

Dott.ssa Ciardi, l’innovazione tecnologica e la protezione degli asset digitali sono il suo mestiere. I nuovi strumenti della tecnica influiscono sull’apprendimento e più in generale sui risultati positivi e negativi degli alunni, insieme ad altre articolate componenti. Qual è la sua valutazione in merito?

Le tecnologie, se utilizzate con consapevolezza, padronanza e spirito critico, possono determinare un salto di qualità dei metodi e dei processi di apprendimento. Le sfide vanno affrontate con consapevolezza, che vuole dire coscienza di sé, apertura al cambiamento, padronanza degli alfabeti digitali. La rivoluzione digitale ha imposto un nuovo passo alla scuola, alle Università, alle imprese. Il sistema formativo deve rispondere alle sollecitazioni che provengono dal mondo produttivo e dalla società nel suo complesso, altrimenti siamo destinati al declino. L’apprendimento degli studenti è influenzato da una serie complessa di fattori, che possono variare da persona a persona. Alcuni dei fattori chiave sono la motivazione, l’impegno, il metodo di studio, l’ambiente di apprendimento e di supporto e sicuramente la qualità stessa dell’insegnamento. A questi fattori fondamentali, se ne affiancano alcuni più “moderni” come l’accesso a risorse educative di qualità che oggi vanno oltre i libri scolastici. L’uso, da parte di professori ben formati, di un linguaggio comune basato sulla tecnologia può sicuramente favorire il coinvolgimento degli studenti. La tecnologia può essere utilizzata per creare un ambiente più interattivo e partecipativo, consentendo agli studenti di interagire in modi nuovi e trascinanti, può rendere l’apprendimento più accessibile per gli studenti con esigenze speciali, contribuendo così a ridurre il divario nell’istruzione. La pandemia ci ha permesso di valutare pregi e difetti di una formazione vissuta forzatamente online, con la conferma dell’importanza strutturale dell’aspetto sociale intrinseco all’esperienza educativa scolastica e, tuttavia, permettendo di sperimentare anche la possibilità di superare le barriere fisiche per garantire comunque la fruizione di un percorso scolastico.

La DAD, sperimentata proprio nella fase critica dell’emergenza, quali risposte ha dato sul piano dell’efficienza e della qualità dell’insegnamento?

Non posso esprimermi sulla valutazione degli effetti della DAD sull’apprendimento degli studenti ma credo che si sia acceso un faro sulle possibilità offerte dalla tecnologia e dal digitale. Oggi si discute molto di Intelligenza Artificiale, spesso concentrandosi sui potenziali pericoli, dimenticando che in realtà l’uso ben gestito dell’Intelligenza Artificiale può influire positivamente sulle attività didattiche considerate nel loro complesso. L’IA può aiutare i docenti a personalizzare l’apprendimento, può fornire agli studenti sistemi di tutoraggio virtuale; può “liberare” i docenti da alcuni ripetitivi compiti amministrativi consentendo loro di concentrarsi maggiormente sull’insegnamento e, in un senso più ampio, può analizzare i risultati ottenuti per identificare modelli e tendenze dell’apprendimento. Certo, è fondamentale utilizzare l’IA in modo etico e garantire la sicurezza dei dati degli studenti. Tutta la tecnologia dovrebbe essere utilizzata in modo strategico per migliorare l’apprendimento e coinvolgere gli studenti, senza tuttavia diventare un sostituto dell’interazione umana che rimane essenziale nell’ambito dell’istruzione per fornire supporto emotivo e sociale agli studenti.

Uno dei punti cruciali del dibattito sul sistema dell’istruzione nel nostro Paese è quello relativo alla formazione dei docenti scolastici e universitari. È possibile che non si riesca a mettere in campo un modello di sistema che non basi la qualità dell’offerta formativa unicamente sulla capacità e sulla buona volontà dei singoli?

Vorrei premettere che la capacità e buona volontà del singolo docente sono condizioni imprescindibili nella professione di insegnante, insieme alla passione per il lavoro fondato, prima di tutto, sul rapporto umano ed empatico con gli studenti. Tuttavia, immaginare soluzioni che permettano di elevare la qualità dell’offerta formativa indipendentemente dall’individualità del singolo insegnante o professore non può che essere un obiettivo costruttivo. Basarsi soltanto sulle capacità individuali porta spesso a diversi problemi tra i quali, ad esempio, la disparità di qualità dell’insegnamento e la limitata capacità di innovazione. In particolare, la capacità di rinnovare il proprio metodo di insegnamento, disegnandolo attorno ai cambiamenti della società e quindi alle esigenze degli alunni, può essere carente in quelle figure che hanno costruito la propria struttura educativa all’inizio della carriera, rispetto alla quale possono essere passati decenni. Sarebbe essenziale definire standard chiari e uniformi per la formazione dei docenti, offrire loro programmi di sviluppo professionale continuo, magari anche attraverso programmi di mentoring in cui i docenti più esperti sostengono le nuove leve e, viceversa, i giovani insegnanti contribuiscono al cambiamento fornendo la propria visione delle cose. E per fare questo la tecnologia può essere estremamente utile, superando le distanze fisiche che limitano l’interazione tra docenti. Ad esempio, le piattaforme di formazione online possono fornire corsi standardizzati di alta qualità e possono collegare gli insegnanti in network virtuali dove scambiare idee, opinioni, progetti.

Si parla spesso della necessità di ridurre il divario Nord/Sud anche nel campo della formazione. Cosa può fare la scuola per “ricucire” un Paese di fatto diviso come il nostro?

Questa disparità non è soltanto geografica, ma riflette profonde disuguaglianze sociali ed economiche, accesso non paritario alle opportunità educative e mancanza di risorse nelle comunità svantaggiate. Non possiamo nascondere che questi problemi si riflettono nella formazione ma hanno radici profonde e le possibili risposte vanno cercate allargando la prospettiva ad una panoramica molto più ampia. Se vogliamo guardare in particolare al campo della formazione, è chiaro che per ridurre iniquità e disuguaglianze lo strumento della tecnologia può essere un ausilio importante. Negli ultimi anni si sono sviluppate molte alternative di formazione online, on demand, in streaming, fruibili indipendentemente dalla presenza fisica del discente. Con opportuni programmi e progetti di ampia visione, tutto ciò che nel privato è già di uso comune in termini di e-learning e corsi, potrebbe essere sfruttato per ridurre il gap ancora esistente nel sistema scolastico. Così facendo, si potrebbero diminuire anche le disparità sociali ed economiche.

La scuola primaria e quella secondaria di primo grado sono adeguate per strutture e qualità formativa a fornire basi solide nelle diverse discipline per preparare gli alunni a compiere il “salto” alle scuole superiori? Le superiori, a loro volta, preparano gli allievi per l’Università?

Storicamente il nostro sistema scolastico ha sempre raggiuto alti livelli di formazione seguendo un modello che continua a dare rilevanza alle materie fondamentali lungo tutto il percorso educativo. Agli alunni viene fornita una struttura culturale non tanto specializzata quanto generale, capace di fornire gli strumenti per affrontare la vita formativa e lavorativa indipendentemente dall’indirizzo scelto. Questa è una grandissima qualità del nostro sistema formativo che, per restare tale, deve adeguarsi ai cambiamenti della società. La rivoluzione digitale ci ha catapultati in pochi decenni in un mondo che risponde a princìpi diversi, la quantità di dati e informazioni di cui disponiamo è esplosa ed è necessario fornire a tutti le competenze e gli strumenti necessari per reperire le giuste informazioni e, soprattutto, saperle valutare criticamente. La scuola deve essere in grado di fornire agli alunni quelle basi che permettano loro di orientarsi nella realtà odierna fatta di molteplici sollecitazioni differenti, tra le quali è necessario saper scegliere. È importante comprendere, anche da un punto di vista sociologico e filosofico, quali siano i necessari adeguamenti che il sistema scolastico dovrà garantire per mantenere la qualità formativa. A maggior ragione, il discorso vale in termini di strutture perché oggi costituisce un problema lavorare in una scuola che non offre strumenti tecnologici adeguati. La discrasia tra una scuola senza tecnologia e una casa ‒ dove spesso ci sono più schermi e cellulari che persone ‒ è troppo forte e dannosa. Bisogna correre ai ripari, cercando di sanare queste contraddizioni.

Il metodo di insegnamento adottato diffusamente in Italia, viene spesso accusato di avere un impianto tradizionalista, di stampo nozionistico, scarsamente flessibile e aperto all’interazione, alla dialogicità, alla ricerca comune tra docenti e discenti. Altri Paesi europei sembrano essere più avanti, sotto questo profilo. Abbiamo parlato della funzione determinante che un corretto uso delle tecnologie può esercitare sulla qualità del percorso formativo. Quali scenari si aprono nel prossimo futuro?

Vorrei tornare sull’esperienza della DAD, accennata prima, per rispondere compitamente alla domanda. La pandemia ci ha catapultati in una realtà che non attendevamo, imprevista, spaventosa e senza una precisa scadenza, scardinando le certezze che caratterizzano il nostro vivere quotidiano. Si sono dovute prendere misure tali da garantire contemporaneamente la fruizione dei servizi essenziali delle comunità e la sicurezza dei cittadini. In un qualsiasi altro contesto, meno catastrofico, nessuno si sarebbe neppure sognato di proporre a tutte le scuole d’Italia di prevedere un progetto che permettesse agli alunni di seguire da remoto le lezioni. Sarebbe stato difficile innanzitutto decidere circa l’opportunità o meno di prevedere tale possibilità e a cascata ci sarebbero state altre difficoltà, non ultima quella di reperire i devices e le tecnologie necessarie per far fronte ad una simile eventualità. Nell’emergenza tutto questo è accaduto rapidamente; la necessità di proseguire con l’educazione dei ragazzi ha reso fattibile ciò che altrimenti si sarebbe forse realizzato in tempi, però, molto dilatati. Soffermandoci sugli scenari, va detto che bisogna maturare una consapevolezza nuova, da parte di tutti gli attori che operano nel sistema della scuola. Non si può pensare di aspettare l’emergenza per imboccare la via del cambiamento. Come le tecnologie sono parte della nostra vita quotidiana ‒ nel bene e nel male ‒ così, rimarcando e valorizzandone gli aspetti positivi e insegnando a gestire quelli pericolosi, la tecnologia deve essere integrata in un impianto scolastico che ha molte qualità che devono modellarsi maggiormente alla realtà circostante.

Le nuove generazioni, a giudicare dagli ultimi dati, stanno disinvestendo sulla formazione universitaria. Il tasso di laureati in Italia nella fascia di età che corre dai 25 ai 34 anni è del 29%, quando la media europea è del 42%; il dato è aggravato dal fatto che alle nostre latitudini lo studio rende meno rispetto ad altre realtà del Continente, come dimostrano i livelli occupazionali e le possibilità di carriera. Rispetto alle esigenze di un mercato globale che ha bisogno di cervelli, saperi e competenze per riprendere la via della crescita, il trend non le appare preoccupante?

Credo che le nuove generazioni debbano essere stimolate a compiere le scelte migliori per il loro futuro e per quello della società. L’offerta universitaria esiste ed è anche diversificata e di qualità; ciò che manca spesso è la motivazione degli studenti e un corretto ed efficace orientamento che potrebbe spingerli a scegliere indirizzi di studio differenti. Le discipline STEM, ad esempio, devono essere maggiormente valorizzate nei percorsi di studio già a partire dalle scuole dell’obbligo: se facciamo crescere gli alunni respirando l’innovazione, l’utilità e la passione che si può trovare nello studio delle scienze, della matematica, dell’informatica, allora quando arriverà il momento della scelta del percorso universitario, avremo più ragazzi che optano per queste materie perché ne hanno percepito il fascino e compresa l’importanza. Ecco che il ruolo del sistema scolastico, in questo ragionamento, torna fatalmente ad essere imprescindibile nell’indirizzare gli alunni verso potenziali percorsi di vita.

Nell’istruzione superiore la classica dicotomia fra pubblico e privato si è arricchita di nuovi soggetti, come le academy aziendali, le business school, piattaforme educative che agiscono a livello globale, allargando sicuramente lo spettro dell’offerta formativa, rispetto all’orizzonte tradizionale. Questo fenomeno che appare in crescita cambierà gli equilibri tra il pubblico e il privato nel delicato campo della gestione del sapere?

Sarebbe auspicabile il mantenimento di una chiara distinzione tra Istituzioni universitarie e altre tipologie di corsi o academy. Pur essendo tutti utili e proficui strumenti di formazione, non credo che si possano paragonare, e nemmeno mettere in competizione, realtà strutturalmente molto diverse. Ci sono percorsi formativi che richiedono studi universitari, altri seguono percorsi specialistici successivi oppure sono alternativi alla formazione universitaria nel senso che preparano direttamente ad una professione specifica che non richiede necessariamente il conseguimento di studi accademici. In questo ultimo caso l’offerta formativa si è molto diversificata nel tempo, anche con l’ausilio dei privati che investono nella formazione attraverso propri percorsi e strutture. Ritengo piuttosto positiva l’apertura a nuovi modelli di apprendimento finalizzati a professionalizzare le risorse umane. Nel campo dell’informatica e del digitale tale discorso è particolarmente rilevante, data la nota carenza di molte figure professionali. Per queste, infatti, la domanda ha subìto un’espansione alla quale l’offerta di forza lavoro non è ancora in grado di dare una risposta soddisfacente; dunque, ben venga l’allargamento dello spettro formativo. Va comunque precisato che anche tra le Istituzioni universitarie assistiamo ad un proliferare di istituti, soprattutto con l’avvento delle Università telematiche. Questo cambiamento porta con sé l’importante vantaggio di avvicinare percorsi di studi universitari a studenti che non potrebbero permettersi, per diverse ragioni, l’accesso alle Università tradizionali. Attenzione però a non abbassare la guardia, nel senso che ogni step formativo deve essere correttamente regolamentato, altrimenti rischiamo di “annacquare” la formazione universitaria e la percezione degli studenti stessi circa la propria preparazione, con risultati negativi soprattutto nel momento in cui si trovano a dover reggere il confronto con il mercato del lavoro.

Se la sente di indicare le principali sfide che la scuola italiana si troverà ad affrontare nei prossimi anni?

Sono molteplici. Ritengo sia, in questa fase, fondamentale affrontare il rapporto scuola-lavoro. Il divario che al giorno d’oggi percepiamo tra sistema scolastico e mondo produttivo deve essere colmato con azioni chiare e progetti a lungo termine capaci di modificare la direzione del nostro sistema scolastico e universitario, pur mantenendone le qualità su cui mi sono prima soffermata. Per fare ciò, ritengo sia fondamentale dare ai giovani consapevolezza e spirito critico.

In concreto, cosa vuol dire?

Vuol dire declinare la consapevolezza in coscienza di sé e del mondo circostante, dell’attualità e dei possibili sviluppi futuri. Ciò significa anche far comprendere ai giovani che le professioni dei genitori saranno in parte superate quando inizierà la loro vita professionale e che, per questa ragione, devono approfondire e conoscere gli sviluppi dell’era digitale per comprendere meglio dove e come prepararsi al futuro lavorativo. Abbiamo parlato delle discipline STEM, dobbiamo creare un vivaio per quelle professionalità che sono e saranno le più richieste e per le quali, invece, ad oggi soffriamo la cronica carenza. Ad esempio, solo nell’ambito della sicurezza informatica, si stima che in Italia manchino ad oggi circa 100mila esperti e la richiesta cresce costantemente. Il mercato del lavoro fatica a rispondere in misura adeguata, gli sviluppi della formazione, infatti, non procedono alla medesima velocità dell’innovazione. Proprio in virtù di questo scenario, l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale sta concentrando su questo tema molte delle sue energie. Tra i suoi principali obiettivi, infatti, vi è quello di sviluppare e sostenere progetti formativi che permettano ai giovani di intraprendere percorsi professionalizzanti in tutti gli àmbiti di operatività legati al mondo digitale e allo sviluppo tecnologico.

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